30 May 2012
Ritrovata coppa d’oro di 3.800 anni fa
30 May 2012
la coppa d'oro
“La situazione generale è quella che è, ma bisogna mantenere la calma”. Filippo Maria Gambari, Soprindendente per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, apre con un richiamo alla situazione di allerta, causata dalle ripetute scosse di terremoto nella giornata di ieri, la conferenza stampa che si è deciso ugualmente di svolgere alle 15 al Museo Archeologico Nazionale di Parma: un evento culturale importante al quale il clima contingente ha purtroppo negato il dovuto rilievo (Carla Di Francesco, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia Romagna, è stata trattenuta a Bologna dalla crisi). 
 
Non integro, ancora pieno di terra ma dalla forma raffinata e di un luccichio quasi abbagliante, quello che gli esperti hanno presentato all’unisono come un “ritrovamento straordinario” ha calamitato subito l’attenzione e gli obiettivi della sala stampa, entusiasta, anche se non gremita. In una teca scintillava una tazza d’oro dell’età del Bronzo, già denominata “tazza di Montecchio” dal luogo del ritrovamento, avvenuto il 9 marzo scorso durante alcuni lavori di controllo archeologico preventivo presso le cave di estrazione di ghiaia Spalletti, ai limiti settentrionali del comune di Montecchio Emilia. “Siamo tra Montecchio e Sant’Ilario d’Enza, zona considerata a rischio archeologico per la presenza di piccoli tumuli e sepolture, reperti in ceramica, tombe della necropoli etrusca e della necropoli romana, - ha spiegato Gambari con il prezioso aiuto delle immagini in proiezione -. L’area è sotto il monitoraggio costante della Soprintendenza”. 
 
Palo Colli, sindaco del comune di Montecchio Emilia, si è dichiarato molto orgoglioso di aver visto sorgere questo reperto. “Nelle prime settimane successive alla scoperta ci è stato chiesto di mantenere il riserbo, - ha raccontato -. La zona non era presidiata, e Montecchio ha un grande patrimonio archeologico: contiamo di continuare a essere al fianco della Soprintendenza”. Anche il gruppo CCPL Inerti, coltivatore della cava Spalletti, si dichiara al fianco della cultura. “Non ci ritroveremmo a parlare del reperto se non avessimo lavorato nella maniera più corretta possibile, collaborando quotidianamente con gli archeologi di Abacus per sarvaguardare eventuali reperti”, ha detto il portavoce Alessandro Anceschi. 
 
La tazza, che pesa quasi mezzo chilo ed è alta 12 cm, è in lamina d’oro pressoché purissimo (rare tracce di argento e stagno ne hanno permesso la datazione a un periodo compreso tra i 3800 e i 3700 anni fa). Oltre a presentare una schiacciatura antica, riscontrabile anche in altri reperti europei, è stata in parte rotta dall’aratro in tempi recenti. Infatti, spiega ancora Gambari, si trovava a soli 60 cm di profondità in quello che era storicamente un terreno agricolo. Nel ‘700 vi erano stati ritrovati 13 oggetti d’oro, poi fusi, di cui abbiamo notizia solo attraverso le fantasiose testimonianze dell’epoca. “In termini tecnici si parla di ‘giacitura secondaria’: una semplice buca isolata; il che, unitamente all’ammaccatura, farebbe pensare a un uso rituale della tazza, forse una deposizione votiva”. Gli esemplari simili, in Europa, sono pochissimi: “Il nostro reperto si può confrontare solo con altri quattro, alcuni dei quali rimodellati, secondo l’uso dell’800. La nostra tazza, invece, non verrà rimodellata, la conserveremo così, in modo da studiarne meglio la funzione originaria”, ha annunciato il Soprintendente. 
 
Le indagini preliminari sul pezzo sono state condotte dalla dottoressa Alessandra Giumlia-Mair, dell’AGM Archeoanalisi di Merano. “Lo abbiamo osservato attentamente in tutte le sue parti per mezzo di vari strumenti ottici e al microscopio – ha dichiarato-. È ancora molto sporco, i restauratori dovranno gradualmente liberarlo della terra. Tuttavia crediamo di aver stabilito con certezza che si tratta di oro alluviale, forse proveniente da pepite di giacimenti diversi”. L’oro alluviale, ha spiegato l’esperta, veniva estratto dalle anse dei fiumi o da spuntoni di roccia, dove le pepite si comprimevano per azione dell’acqua. L’importanza di questo ritrovamento sta anche nel fatto che rimetterà in discussione la distribuzione dei preziosi in oro antico in Europa, prima considerati esclusivamente produzioni marittime della zona della Manica. 
 
“Abbiamo ancora un lungo lavoro davanti – ha continuato l’archeologa -. Occorrerà studiare le tracce di lavorazione, la patina che riveste il metallo in superficie, le parti danneggiate dall’aratro…”. Si potrà analizzare anche la terra al suo interno, alla ricerca di tracce di cibi o residui di liquidi che dicano qualcosa sull’uso dell’oggetto. Potrebbe infatti trattarsi di una coppa per bevute rituali collettive, seppellita per questo nel bosco ritenuto sacro che al tempo ricopriva la pianura. Una volta terminati gli studi, si augurano gli esperti, la preziosa tazza aurea di Montecchio Emilia troverà un’adeguata valorizzazione nella sezione Preistoria e Protostoria del Museo Archeologico Nazionale di Parma.